133. OSSERVATORIO SWITCH OFF. 
a cura dell’Ing. Davide Moro*

La lunga mano dell’LTE: noi adesso lo denunciamo. Poi… vedete voi!

C’era qualcosa di strano. Tutti a profondere energie per illustrarci gli enormi vantaggi che avremmo ricavato dal dividendo digitale. Avremmo potuto migliorare la società in cui viviamo, e gettare le basi per un futuro migliore. Nessuno si è domandato: migliore per chi?

Che cos’è il dividendo digitale? A volte una parola nasce con un significato chiaro a tutti, ma poco alla volta qualcuno inizia ad utilizzarla per indicare qualcosa di lievemente diverso; poi la usa per qualcosa di abbastanza diverso, e dopo ancora un po’ di virate sottobanco tutti danno per scontato che il significato vero del termine sia quello, completamente stravolto, a cui si è arrivati senza nemmeno sapere come.

All’inizio “dividendo digitale” voleva dire che con il passaggio dalla televisione analogica a quella digitale avremmo potuto dare spazio ad alcuni nuovi operatori: con l’uso più efficiente dello spettro a disposizione avremmo potuto assegnare una frequenza a tutte le emittenti “analogiche”, e in più sarebbero rimasti liberi alcuni canali da destinare a nuovi broadcaster. Sembrava la cosa più naturale del mondo. Adesso invece stanno tutti parlando di Europa, di “accorpamenti”, di “remissioni volontarie” dei canali 61-69, di gara per le frequenze, di connettività a banda larga, e di operatori telefonici. E a tanti (troppi) sembra tutto normale.

“Dividendo” significa “qualcosa che deve essere ripartito”. Normalmente un bene viene ripartito fra i legittimi proprietari od utilizzatori. Altrimenti, se ci si ripartisce qualcosa che appartiene ad altri, si sfiora pericolosamente il concetto di “bottino”. Con tutte le analogie che ne conseguono.

Siamo scivolati un passettino alla volta su di un piano inclinato in un modo così ben organizzato che quasi non ci siamo accorti di essere arrivati fino qui. Ogni spintarella arrivava da una parte diversa, e ogni passettino lungo la discesa ci sembrava quindi completamente scollegato dai precedenti. È davvero così? È successo tutto per caso? Adesso la discesa è davvero finita? E soprattutto: se non è finita, dove ci sta portando la discesa?

Ricomporre il puzzle
Capita di avere davanti una serie di cose. A guardarle una per una, sembrano perfettamente scollegate ed indipendenti fra loro, eppure abbiamo la sensazione che ci sfugga qualcosa. Poi succede un fatto, e di colpo si trova il giusto punto di vista da cui osservare le cose che non tornavano. E si scopre il quadro vero, quello che gli inglesi chiamano il “big picture”, e si capisce che non c‘era niente che fosse messo lì per caso.

A noi è successo un po’ di giorni fa. Ci hanno parlato di un contributo presentato alcuni mesi fa all’ITU-R di Ginevra: era il filo rosso che mancava. Ed è emersa chiara la potenza di fuoco che, quando vogliono, le lobbies sono in grado di mettere in campo. Ma facciamo un passo alla volta.

E se smontiamo il castello?
Gli operatori telefonici sono fra i principali inserzionisti pubblicitari di ogni mezzo di comunicazione. Da un po’ di tempo i giornali e i media si affannano a spiegare che le reti dati radiomobili sono prossime al collasso, perché il clamoroso successo di vendite di smartphones e computer palmari ha comportato un analogo incremento del traffico dati in mobilità, necessario a sfruttare le opportunità che questi dispositivi ricavano da una connessione costante alla rete web. Le attuali reti di terza generazione (“3G”, basate sul sistema UMTS) non potranno reggere per molto, la nostra unica speranza è la nuova generazione di connettività mobile, il sistema LTE (acronimo per “Long Term Evolution”, conosciuto anche come “Super 3G” o “4G”). Però, ci dicono, non ci sono frequenze disponibili per l’LTE, l’unica possibilità è utilizzare la porzione di banda televisiva che verrà liberata in Europa con il passaggio al digitale terrestre. È normale, dicono, c’è una normativa europea che lo prevede. Del resto, l’LTE servirà anche a fare arrivare la banda larga nelle zone d’Italia che ancora non ce l’hanno, gli operatori telefonici si offriranno di fare questo sacrificio, però devono coprire lunghe distanze, vedete che le frequenze di banda quinta gli servono davvero?

Cominciamo a smontare questo castello. Le reti 3G non sono al collasso: i milioni di smartphones e computer palmari già venduti, e quelli che si venderanno ancora per un bel po’, non hanno a bordo un modem LTE, e continueranno quindi ad essere dipendenti dalle reti 3G anche dopo il lancio dell’LTE: per cui di capacità 3G ce n’è ancora, e per un bel periodo. Non è un motivo per rallentare lo sviluppo di una nuova tecnologia, ma almeno diciamo le cose come stanno. Ci dicono poi che le uniche frequenze sono quelle di banda quinta: ma le specifiche dell’LTE prevedono un funzionamento nativo nella banda a 2,6 GHz. Il 13 gennaio 2010 una ricerca patrocinata dal GSMA, il sodalizio planetario dell’industria della telefonia mobile dichiara che “lo spettro a 2,6 GHz, che è stato identificato globalmente dall'ITU (International Telecommunication Union) come una ‘3G extension band’ (banda di estensione di terza generazione), avrà un'importanza essenziale nel soddisfacimento della richiesta di una maggiore capacità per il Mobile Broadband e nel lancio delle network di prossima generazione, come la LTE (Long Term Evolution)”, aggiungendo che si aspettano di vedere assegnate le frequenze nella banda 2,6 GHz (2x70MHz) nella “maggior parte dei Paesi europei, in Brasile, Cile e Colombia e Sudafrica”. Nessuna menzione alla banda quinta. E stanno parlando ai propri associati, per cui ci si immagina che dicano la verità. Quindi non è vero che le uniche frequenze disponibili per l’LTE sono quelle oggi in uso ai broadcasters. Altro messaggio: l’LTE servirà per portare l’ADSL nelle zone oggi non servite, per questo servono frequenze “basse”, per coprire lunghe distanze. È vero solo in teoria. L’effettiva banda disponibile a ciascun abitante si ottiene dividendo la banda complessiva a disposizione per il numero medio di clienti connessi. Più è grande la cella, più abitanti ci sono, più è piccola la banda disponibile. Lo sanno bene i gestori telefonici, che già quindici anni fa nel centro di Roma e di Milano dovevano installare una stazione radio base ogni 500 m (cinquecento metri!) perché in un raggio di soli 500 m il numero di persone che stavano contemporaneamente parlando al telefonino era così elevato che avrebbe saturato il numero di canali a disposizione della cella. Diciamo che una dimensione ideale della cella nelle zone non raggiunte da ADSL è già stata trovata: è pari (al massimo) alla dimensione delle celle di telefonia mobile per servizi vocali che già coprono queste zone. Non ci vorrete raccontare che porteremo l’LTE dove oggi non arriva il cellulare GSM, vero? Per cui, se il GSM in quelle zone funziona, significa che le frequenze usate dal GSM sono adatte ad essere ricevute da terminali palmari. Dalla banda quinta si potrebbero “ricavare” 70 MHz. Ma il GSM ha già assegnati 80 MHz nella banda 900 MHz (pure escludendo il GSM-R ferroviario). Nelle zone dove si vuole offrire la copertura a banda larga sarebbe sufficiente utilizzare le frequenze già assegnate al GSM per sviluppare la copertura LTE. Eventualmente il traffico voce GSM si potrebbe spostare sulla banda 1.800 MHz, anch’essa già licenziata. Hanno già siti, tralicci, e antenne, l’investimento sarebbe davvero minimo. Nelle grandi città, invece, dove la densità molto maggiore di abitanti comporterebbe un elevatissimo volume di traffico dati, la dimensione della singola cella dovrebbe essere molto minore, e quindi le frequenze della banda 2,6 GHz sarebbero perfette. Non solo: le ridottissime dimensioni delle celle permetterebbero un coefficiente di riuso frequenziale molto spinto, paragonabile a quello attualmente previsto per le reti GSM 900 e 1.800 MHz. Ma allora, cosa ci devono davvero fare con le frequenze dei canali 61-69? Perché gli interessano tanto?

E io pago (per l’LTE)
Quello che è sicuro è che gli impianti LTE in banda quinta comporteranno un gran numero di problemi interferenziali e di esposizione ai campi elettromagnetici. La rete sarà organizzata in micro-celle di dimensioni paragonabili all’attuale rete GSM, e questo comporterà l’installazione all’interno delle nostre città di reti di trasmettitori con una ERP considerevole. I risultati preliminari di un gruppo di lavoro congiunto CENELEC/ETSI, che abbiamo avuto modo di esaminare, evidenziano una lunga serie di problemi di compatibilità con i televisori ed i set top box già installati nelle nostre case. Questi apparati sono caratterizzati da una immunità ai radiodisturbi adeguata ad uno schema di diffusione broadcast di tipo simile a quello correntemente utilizzato. L’installazione a poche decine di metri dall’antenna ricevente di un trasmettitore che irradia alcune di watt equivalenti - ERP - (perché sono questi i valori in gioco) in gamme perfettamente ricevibili dal tuner (perché fino a poco tempo prima erano canali broadcast…) comporterebbe saturazioni del tuner, ma anche intermodulazioni negli stadi successivi. Per garantire una ricezione senza problemi è allo studio una serie di condizioni molto più restrittive sulla capacità di reiezione delle interferenze che i nuovi apparati riceventi dovranno soddisfare. Queste condizioni dovranno entrare in vigore per “difenderci” dall’LTE, il costo delle modifiche inevitabilmente si scaricherà sugli acquirenti, e l’intero parco già installato potrebbe avere problemi anche bloccanti. Lo studio ha analizzato anche gli effetti sulle reti di TV via cavo, e sui cavi di connessione fra apparecchiature, giungendo a conclusioni analoghe. L’associazione Digitag pubblica sul proprio sito diversi documenti che evidenziano questi aspetti, e anche qui le conclusioni sono del tutto analoghe a quelle del report preliminare CENELEC/ETSI. Non solo. Dallo stesso report preliminare risulta che, in caso di elevate potenze installate (necessarie per garantire la copertura indoor con terminali palmari, privi di antenna esterna) il limite di 6 V/m per l’esposizione ai campi elettromagnetici previsto dalle attuali normative italiane verrebbe violato in un raggio di 60 m da ciascun trasmettitore.

Ma cosa ci devono davvero fare con le frequenze dei canali 61-69?

Risposta esatta!
La risposta l’abbiamo trovata in un documento di lavoro presentato qualche mese fa all’ITU-R di Ginevra, allo scopo di ottenere l’emissione di una raccomandazione. Non possiamo riportarlo alla lettera, perché appunto è ancora materiale di lavoro, ma è fantastico. Si intitola: La seconda generazione di sistemi per la radiodiffusione di applicazioni dati e multimedia destinate alla ricezione in mobilità con dispositivi palmari. Fino a qui sembrerebbe il battesimo di un ipotetico DVB-H2. Ma state a sentire cosa dice poi: in relazione ai sistemi di seconda generazione proponiamo che detti sistemi, fra cui l’LTE (eccolo qua), destinati alla ricezione in mobilità con dispositivi palmari possano essere utilizzati per trasmettere contenuti destinati alla visione fissa su grandi schermi, personal computer fissi e (bontà loro) anche su dispositivi mobili palmari. Chi è il broadcaster che l’ha presentata? Nessuno. L’ha presentata una primaria azienda europea (nord-europea…) che produce anche apparati per telefonia mobile.

Il colpevole non è il maggiordomo
Facciamo un’ipotesi. Il settore di mercato più redditizio per un operatore televisivo è la pay TV on demand. Che è la più difficile da realizzare con le reti attuali: l’area di servizio di ciascun trasmettitore è troppo grande per poter segmentare l’offerta al livello richiesto dai servizi on demand. Chi già offre questo servizio, di fatto trasmette un carousel di contenuti che vengono memorizzati all’interno del ricevitore, e riprodotti a richiesta. In più, con il broadcasting tradizionale manca di fatto il canale di ritorno. Supponiamo solo per un momento che per portare l’ADSL nelle zone disagiate le frequenze dal 61 al 69 non siano poi così necessarie. Supponiamo anche che queste frequenze, chieste a gran voce perché consentono di coprire grandi distanze, vengano invece utilizzate per fare celle molto piccole, specie nelle grandi città. Supponiamo poi che qualcuno stia sviluppando un set-top box ibrido, con un tuner che permetta di ricevere segnali DVB-T e LTE. Gli impianti di antenna che sono già installati nelle nostre case sono in grado di ricevere fino al canale 69, e quindi porterebbero senza difficoltà i segnali LTE ad un set-top box in grado di presentarci, con un unico telecomando, sia i contenuti DVB-T tradizionali che una ampia offerta di servizi on-demand trasmessi su LTE da operatori telefonici. Chi propone servizi pay deve compiere un enorme sforzo di comunicazione per convincere il pubblico a diventare proprio abbonato, o per acquistare una tessera prepagata. Gli operatori telefonici non dovrebbero fare nessuna fatica: tutti noi siamo già loro clienti. Sanno ogni cosa di noi, dove ci troviamo, quanto spendiamo al mese di telefonate e a che ora torniamo a casa. Per comprare la visione di un film basterebbe mandare un SMS dal proprio telefonino, si paga in bolletta o con il credito residuo. Hanno già anche il sistema di billing, il customer care e il canale di ritorno, tutti su di infrastrutture di loro esclusiva proprietà.

Fantasie? Non proprio: se vi interessa un corso di formazione per progettare un tuner ibrido LTE/DVB, sappiate che c’è già, lo organizza una società di consulenza inglese. E se questa prima parte vi sembra poco rassicurante, purtroppo c’è dell’altro.

Di male in peggio
La risoluzione della Commissione Europea che fissa il contesto per l’impiego delle frequenze da 790 a 862 MHz negli stati membri, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 11 maggio, dice che gli stati membri potranno liberamente decidere quando rendere disponibili queste frequenze per usi diversi dal broadcasting. Se vi andate a leggere una delle prime bozze di lavoro, troverete però termini molto più stringenti e vincolanti nel dettare le regole a tutti gli stati membri, che si sarebbero trovati a dover agire “a comando”, senza particolari possibilità di autonomie. Per fortuna il lavoro che ha preceduto l’approvazione della risoluzione ha consentito di disinnescare questa mina. Ma questo vi dà l’idea della potenza di fuoco che le lobbies sono in grado di mettere in gioco, anche in sedi come l’ITU, tradizionale regno dei broadcaster, e le istituzioni della Comunità Europea. D’altronde è comprensibile: il più grande broadcaster ha dimensioni poco più che nazionali. I colossi della telefonia mobile, invece, fanno affari con il mondo intero. Per cui hanno sviluppato una rete di influenza enormemente più efficace. Che non trascura nessun aspetto: l’implementazione di una rete LTE potrà difficilmente avvenire rispettando i limiti attuali di 6 V/m per l’esposizione ai campi elettromagnetici. Con un tempismo fenomenale, il 27 ottobre l'AD di Telecom Italia Franco Bernabè, nel corso di un convegno dell'Asstel, dichiara che i limiti operanti in Italia "hanno un impatto decisamente negativo sullo sviluppo della rete mobile e penalizzano gli operatori italiani nel confronto internazionale. Da noi il limite è di 6 Volt al metro contro i 60 Volt al metro dell'Europa.” E forse qualche broadcaster l’avrà pure applaudito. È una manovra a tenaglia, che affronta uno per uno i vari ostacoli che dividono dall’obiettivo finale.

E non è finita qui
Non è ancora tutto. Hanno già pensato anche al dividendo digitale della fase 2. E ci stanno anche già lavorando, alla fase 2. Qui bisogna andare a rileggersi un documento di un annetto fa. Il 29 ottobre 2009, la Commissione Europea approva il documento COM(2009) 586 intitolato “Trasformare il dividendo digitale in benefici per la società e in crescita economica”. Un panegirico entusiasta dei miracoli che l’uso del dividendo digitale potrà portare alla “comunità”. In quel documento, che a tanti era passato perfettamente inosservato, è contenuto il “big picture”. Per filo e per segno. Vale la pena di leggere l’ultimo capitolo.

“Miglioramenti Futuri nell’uso del Dividendo Digitale - (…) esistono anche iniziative più lungimiranti che potrebbero aumentare ulteriormente la potenziale portata e fruibilità del dividendo digitale a lungo termine. La capacità supplementare che si potrebbe ottenere permetterebbe all’UE di affrontare sfide future, come improvvise impennate nella domanda di spettro per applicazioni nuove e, per definizione, imprevedibili.(…).

Tra le iniziative più promettenti indicate nello studio della Commissione citiamo le seguenti:

(1) promuovere la collaborazione tra gli Stati membri per la condivisione dei futuri piani di sviluppo delle reti di radiodiffusione (come la migrazione alle norme MPEG-4 o DVB-T2).

(2) imporre l’obbligo che tutti i ricevitori tv digitali venduti nell’UE dopo una certa data (da stabilirsi) siano pronti per funzionare in base a norme di compressione della trasmissione digitale di nuova generazione come la norma H264/MPEG-4 AVC.

(3) fissare una norma minima sulla capacità di resistenza alle interferenze da parte dei ricevitori della tv digitale (immunità alle interferenze).

(4) prevedere un uso più ampio delle reti a frequenza singola (SFN).

(5) sostenere la ricerca sui sistemi di comunicazione funzionanti con “agilità di frequenza”.

(6) garantire la continuità d’uso dei microfoni senza fili e di applicazioni simili definendo le future frequenze armonizzate.

(7) adottare una posizione comune sulla possibilità di usare i cd. “spazi bianchi” come dividendo digitale.”


Per capire meglio cosa significa, bisogna tradurre in linguaggio corrente e mettere i vari punti nell’ordine temporale corretto:

(3): i televisori nuovi dovranno poter funzionare anche in presenza di forti segnali LTE che gli arrivino dall’antenna. I costi: a carico dei cittadini.

(2): da una certa data in poi tutti i ricevitori dovranno essere a standard MPEG-4. I costi: a carico dei cittadini.

(1): ad un certo punto i broadcasters saranno forzati a passare allo standard DVB-T2. Con la maggiore capacità così disponibile i broadcasters non potranno offrire nuovi servizi, ma sarà possibile aggregare fra loro diverse emissioni attuali, liberando così ulteriori nuovi canali da destinare al dividendo digitale della fase 2. I costi: a carico e danno dei broadcasters.

(4): per chi non avesse capito: i canali liberi non sono per i broadcasters, che per liberare ancora più spazio dovranno usare reti SFN, sopportando i costi di implementazione, le riduzioni di capacità trasmissiva che la tecnica SFN comporta ed accettandone la minore affidabilità intrinseca rispetto a reti MFN. I costi: a carico e danno dei broadcasters.

(5), (6) e (7): verranno tacitamente occupate dall’LTE tutte le frequenze che in ogni zona risulteranno non ancora utilizzate, e dopo provate a schiodarli. Post scriptum: sui canali dove oggi c’è televisione, continuerà ad esserci televisione. Solo che sarà fatta da qualcun altro. Che magari avrà una carta d’identità straniera, e non avrà alcun interesse a conservare quel patrimonio di pluralismo che ci hanno garantito le emittenti locali dagli anni ottanta ad oggi: saranno proprio loro le prime ad essere sacrificate.

Lungo termine
Qualcuno ha ancora voglia di rimboccarsi le maniche per tentare di evitare questo scempio? Comunque poi non diteci che noi non ve lo avevamo detto...

* Attivo nell'ambito delle telecomunicazioni e della grande impiantistica, Davide Moro si occupa tipicamente della gestione di grandi progetti operativi o strategici (comunicazione, metodi e strumenti per la gestione e l'ottimizzazione di processi aziendali, e la gestione del cambiamento). Ha lavorato per AGIP, Foster Wheeler, TIM - Telecom Italia Mobile, e Rai Way. Attualmente esercita la libera professione come consulente nel mondo del Broadcasting.

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132. Tengo a precisare che . . . 
La tabella DTT bianca e blu che io e Elio teniamo aggiornata più che si può, si riferisce principalmente a Bologna ( centro ), perchè io abitando lì mi son sforzato di acchiappare anche segnali deboli e debolissimi, ma che però non fanno parte di una normale considerazione per una costante ricezione in città come Bologna, rispetto a postazioni lontane come il Veneto, M. Grande, Serramazzoni . . .

I mux in questione sono quelli sui canali:

E 8, 23, 28, 51 dal Veneto ( nord ).
28, 34, 45, 46, 57, 59, 65 da M. Grande - Calderaro.
28, 39, 43, 45, 46, 53, 61, 65, 68, da Serramazzoni.
31, 32, 39 da Barbiano, perchè spingono un po' verso nord, ma praticamente nulla a est e a ovest.
67 da M. Oggioli.
43 da Castel Maggiore.

Quindi la tabella può risultare fuorviante ai più, ma all'antennista navigato no, facciamo un'esempio: Elettt, e come lui, tanti altri ogni giorno sul campo.

Quelli di "serra" li abbiamo messi perchè da sempre, da Bologna ovest in là verso Modena, sono sempre arrivati . . .

Qui in centro città, quelli deboli - ssimi dal Veneto e da M. Grande - Calderaro, "li acchiappo" ( vedo ) solo io . . .

Verso "Serra" sono out, altrimenti . . .

Causa vecchiaia galoppante, s'incappa a volte in errori quasi imperdonabili, quindi sono gradite segnalazioni atte a rimediare prontamente a ciò e a far rimanere questo elenco il più affidabile possibile.

Grazie, il mmittico.


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131. Il cliente ha ragione, ma io non ho torto. 
Arrivo su un canalizzato Teko ( già aggiornato da me in periodo pre switch - off ) per riaggiornarlo di nuovo ai giorni nostri, e mi imbatto nel furbetto del quartierino che è salito, ha staccato l'antenna di Barbiano dalla "moduleria", ed è entrato direttamente nell'ingresso UHF del finale . . . alcuni segnali erano a 120 dBuV, ma complessivamente "la faccenda teneva" . . . ( BO, via del faggiolo 51 ).

Allora, per dare di tutto e di più di prima, ( 27 e 58 ), cosa faccio: tutto l'uhf da C.M. verticale sotto ai 4 moduli su Barbiano per 24, 26, 30, 40 Rai, e il 50 da Serramazzoni perchè più forte e con dati ( BER al massimo ) molto più rassicuranti, contro quello di Barbiano che invece andava ben oltre il "QEF" ( quasi error free ) dello strumento . . .
Due giorni dopo mi chiama il cliente, dicendo che dopo il mio intervento, vede tutto bene tranne i canali Premium Gallery - D FREE sul ch 50, ha portato il decoder dall'amico, e là funziona benissimo.

Arrivo là e più che quadretti, si trattava di "tagliatelle", "straccioni" e "maltagliati senza riga" ( R. Pozzetto ), il cliente agitatissimo ma entro i limiti, misuro in casa dal cavo che entra nel decoder "premium on demand" e i dati erano perfetti come li avevo lasciati, ma siccome il segnale era 10 dB più basso del 49, vado su e ci metto un "pre" da 10 dB solo per lui ( il 50 ) non si sa mai, torno giù, "prezis" ( uguale ), niente da fare, allora torno su e dalla disperazione ponteggio i 4 moduli col 5°, così ha di nuovo il 50 di Barbiano basso e tristo che c'era prima ( i dati erano sempre osceni ), e da in casa ( che era proprio lì sotto ) si sente: adesso va bene . . . fermi tutti ( anche gli orologi ), ciapàn sò e andàn vi clé méj . . .
MORALE, quel decoder ( par mé trést ), sente certi echi che non sopporta e possiede una correzione degli errori finale, inferiore a un buon strumento di misura professionale, ( pur se a volte, succede contemporaneamente il contrario ) e risente maggiormente dell' "accozzaglia" tra i 2 o 3 ch 50 che vi sono nell'aria o chissà cosa sente, peccato non aver avuto in camion un decoder vecchio tipo con ferritoia per scheda, per almeno dimostrare ( forse ) che quell' "ON DEMAND" in questione, l'è un bagài . . . ma il cliente aveva ragione, perchè prima vedeva bene, e alla fine si è tornato a rivedere bene!

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130. MUX Telecapri da M. Grande, debole maa . . . 

Come si presenta lo spettro, raffigurante il mux 57 all'uscita del ( solo ) modulo ritarato da ch 48 dov'era originariamente, preamplificato dal "cubetto" da 13 dB dell'Helman, che serve poi a tutti i canali provenienti da M. Grande - Calderaro.
Il panettone ha proprio quelle 2 gobbe in antenna ( o avvallamento al centro ), il segnale mi arriva bassissimo, ma la qualità è ai massimi !


Spettro con tutto l'attenuatore del modulo al minimo ( oltre 20 dB ), e nel Teleco si vede ancora, incredibile !


Risposta del Teleco, collegato direttamente all'uscita del modulo, con l'attenuatore al minimo.
Non fate caso alla data, non può basarsi sul teletext che è assente.


A modulo "aperto", cresce ovviamente l'intensità e va al massimo la qualità.


Dati a modulo "aperto", MER basso, ma BER al top.


Taratura sul campo del modulo a 6 celle, pronto in futuro, a saltare sull'adiacente "carro" di Castel Maggiore o su all' "attico" di Barbiano . . .


Come risulta alla presa di prova di riferimento lì vicino, e di conseguenza in casa di tutti e tre gli appartamenti.
Lo strumento, fornisce la misura basandosi su dove si trova il "marker" rosa ( tratteggio verticale ), basta che io sposti manualmente il marker sulla gobba più alta di sinistra, che il dato sale anche di 12 dB.
Gli adiacenti 56 e 58, sono quelli verticali bruttarelli, provenienti da C. M.


Come "risponde" il Teleco, servito dal Bosch - 25 dB in uscita dal centralino.
L'ho visto anche dopo, spingersi fino al 94 %, il fondo scala di questi apparecchi è di 97.


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129. Ooooooh, qui sì che si vede bene BO 210 TV ! 
Mentre eravamo nei paraggi, abbiamo verificato che il ch 62 da via Bonazzi era momentaneamente spento, erano attivi solo il 35, 41, 63 (mux DI TV contenente BO 210 TV ), 64.
Links verso la nuova denominazione dell'emittente

Ore 18:30, strano "panettone" del ch 62 v. di Cà Nova Musiano, monitorato dal parcheggio del ristorante "Lo spaghetto".
La curiosa porzione mancante nel panettone, è forse la causa della mancata visione delle emittenti ivi contenute.
Giratomi verso Barbiano, non ho visto nessun'altro 62 di rilievo, sia in orizz. che in vert.

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